syzen

KUH

Barbarie — Inviato da syzen @ 12:11
Al capolinea del circuito veloce a levitazione magnetica il segnale: neuropoli. Grande madre impazzita. Utero inghiottitore di rospi. Rapide immagini rotolanti. Quela mano assassina che ripete il suo gesto con la fredda indifferenza di una punzonatrice. Warhol. Warrios. Abas Abele stramazza tra pecore cibernetiche indifferenti. Folla silenziosa nel suo flusso ordinato che si biforca per far spazio all'evento. Abas cade sulle lamiere heavy metal del vagoncino. Facce meccaniche salgono e scendono a tutte le fermate. Abas cade abbattuto tra banconi stracolmi di merce di grandi magazzini. Volti su cui non é stato programmato il sorriso replicano in silenzio il loro sorriso. Acquistando merce. Merce. Il sangue non stimola emozioni. Caino detto Kuh non fugge. Non fugge. Attende. Attende cronisti e operatori TV. E poi dichiara: mi chiamo Kuh ovvero proprietà ed affermando il mio potere su Abas ho inaugurato una nuova era. Molte foto per Kuh, che ad un certo punto si sente domandare: - Quel morto era proprio necessario? C'é agitazione nella stampa. Occhi si cercano senza emozione. Anche Kuh tende i suoi circuiti elettronici mentre risponde: non si fonda una città senza uccisione! Poi si fanno avanti due giovani senza-tratti-particolari. Lei fulminea impugna una 38 special. Gesti efficaci levigati calcolati. Si odono spari. Ancora spari in rapida sequenza. Cade Kuh, il volto contratto e disfatto e l'oscenità del suo corpo esplode nell'improvviso silenzio della morte. Rumori di contesto. Ogni blu precipita nel viola. Agitazione. Tutto é ripreso dalle telecamere, filmato, multifotografato. Occhi attenti di reporter fissano il non detto dell'attacco guerrigliero. Evento e media-evento ingaggiano guerre di senso. Non fuggono i due. Non si sottraggono ai flash né alle prevedibili domande. Mi chiamo Wkhy - dice lui - ed era necessario: non si abbatte la proprietà senza violenza. Il mio nome é Wkhy - dice lei - ed era necessario: perché da ogni buco che squarcia il cuore di Kuh nasce un nuovo mondo.

Sul corteo di VIcenza del 15 Dicembre

Barbarie — Inviato da syzen @ 02:14
BREVI CONSIDERAZIONI SU  VICENZA


Scrivo queste brevi considerazioni per cercare di fare un po' il punto della situazione, lo stato delle cose prima della pausa natalizia.

SUL CORTEO

Per me ha veramente poca importanza stare a fare la conta di quanti eravamo; ha più importanza in questo caso guardare alla qualità politica espressa, ai suoi significati ed ai suoi divenire.
Siamo stati meno di febbraio, la metà credo,  e nonostante questo è stato un corteo molto partecipato di decine di migliaia di persone;  la maggioranza dei partecipanti mi è parsa più territoriale che movimentista nazionale.

questo per dire che il lavorio dei comitati sul territorio circostante ( veneto in generale) qualcosa deve aver smosso.
Trattandosi però di un corteo lungamente lanciato come europeo i risultati sono stati inferiori alle aspettative.
Le motivazioni da questo punto di vista vanno ricercate sulle sponde aride di movimento ma di questo parlerò dopo.

e' stato un corteo largamente  "pacificato e  rincoglionito" per usare l'espressione di un compagno che ho colto su una lista.  Più o meno una fotocopia più piccola del corteo di febbraio scorso, con la  variante che quel corteo era montato su una campagna pubblicitaria terroristica che aveva spinto molti a schierarsi mentre questo è passato quasi sotto silenzio.
(ho notato molto sdegno rispetto al silenzio dei media,  che non mi stupisce, mentre mi sorprende invece dopo così tanto tempo ancora lo stupore stupido di molti compagni su questi fatti - questo è un argomento su cui si potrebbe discutere)

un corteo molto simile a tutte le sfilate pacifiste che ci hanno asfissiato negli ultimi 5 anni con i loro luoghi comuni: la democrazia dal basso, la parola alla gente,  i colori , la musica, yankee go home, un mondo diverso, don gallo e dario fo.

non si può fare di questo una colpa ai vicentini anche se l'occasione avrebbe dovuto far riflettere qualcuno che una tale massa d'urto non si presenta tutti i giorni.  Far girare in tondo  la città per la seconda volta in 10 mesi a decine di migliaia di persone senza che nulla accadesse dimostra una scarsa propensione a comprendere il mondo reale in cui si è immersi (il presidente della repubblica 2 gg prima aveva detto prono agli americani  che la base si fa e il governo di centro-sx  in tutti questi mesi ha sempre detto la stessa cosa)

Non comprendere che una lotta territoriale, seppur sostenuta da un livello di mobilitazione semipermanente, ha bisogno di apici radicali di massa è un errore,  se poi si persevera nell'errore  (quando inoltre non si hanno grandi livelli di mediazione politica a certi livelli)  diventa difficile che nel futuro prossimo molti abbiano voglia di tornare a Vicenza.

dico questo perchè in maniera evidente questo corteo è stata un'occasione mancata e per  questo mi sento di difendere tutti quei compagni che hanno tentato di dare un senso differente alla giornata.
Il tentativo di deviare il corteo per raggiungere la base è stata una ottima idea.
Un tentativo molto più razionale rispetto al corteo bovino e irrazionale cui stavamo partecipando.
Un tentativo che voleva essere partecipato e non ristretto alla logica militante di poche centinaia. (e infatti ha desistito dai suo intenti)
un tentativo che ha scontato tutti i limiti di comunicazione, della sua proposta minoritaria e che non  è riuscito a essere coinvolgente per tutti coloro che, forse, sarebbero stati disponibili ad osare senza per questo sentirsi carne da macello.
Un tentativo che dovrebbe fare riflettere sul fatto che le buone idee andrebbero supportate, costruite  e promosse (anche criticamente  verso certe forme identitarie)  piuttosto che continuare ad accodarsi accidiosi o scoglionati a sfilate fuori tempo massimo.
un tentativo infine potenzialmente diverso da altre recenti messe in scena antagoniste (tipo 9 giugno a roma),  che ha portato alcuni compagni ad autorganizzarsi .
Autorganizzarsi è una scelta giusta . Costruire relazioni ampie intorno a questa ipotesi è una scelta necessaria.


SUL MOVIMENTO

Quando qualche mese fa parlavo di un bi-partito di movimento mi sbagliavo.
sopravvalutavo le aree che ancora sopravvivono dagli anni 90.

I disobba hanno dimostrato tutta la loro evanescenza politica nazionale.
Biopolitiche moltitudinarie contro la governance , autonomie in eccedenza, treni ribelli no war..........per poi essere gli stessi di sempre ovvero i tristi epigoni degli autonomi veneti 70/80 (almeno quelli nel loro trip  desiderio/egemonico rompevano le uova nel paniere se così si può dire)
Hanno lanciato una 3 gg europea che ha visto pochi europei presenti a parte gli intellettuali convogliati alla bisogna per i dibattiti.
hanno per mesi (e non solo loro) straparlato di movimenti, territori, liberazioni, moltitudini, per poi sostanzialmente contarsi tra di loro e, a cazzo duro, non hanno trovato niente di meglio da fare che andare a minacciare chi non aveva la loro stessa idea.
sottratti alla dimensione spettacolare dello scontro simulato hanno dovuto assumersi la loro vera parte:   quella  di una guardia giurata in un discount di periferia.

anche i compagni dell"area antagonista" sono stati assai evanescenti.
Confusi tra i no-tav  (pochi) hanno preferito mantenere un profilo assai basso  forse frutto di accordi tra i supposti dirigenti.
Brutta figura comunque per chi ha spinto molto sul profilo delle lotte territoriali come punto di ripartenza per un ipotesi nazionale.

I sindacati di base sono stati pura, sottilissima, cornice;  così come gli anarchici "centristi".
Gli M-L sono stati gli stessi di sempre:  presenti in discreto numero,  inossidabilmente monolitici e noiosi.

Un mondo senza evasione possibile

Barbarie — Inviato da syzen @ 18:45


...
sacerdoti del culto dell'aeroplano insieme agli uomini del fronte di liberazione e mister K. avanzano veloci e circospetti giungono a una radura dove vedono tra blocchi di case bombardate e abbandonate una strana processione venti persone o forse duecento che avanzano tutte nella stessa direzione ma senza una meta apparente sbandano girano delle armi fra di loro ogni tanto qualcuno si punta con cura una pistola alle tempie schiacciando successivamente il grilletto si uccide allora il vicino lentamente ne attende un po' scosso la vibrazione nervosa dell'ultimo lamento l'esalare dell'estremo filo di fiato poi gli sottrae l'arma per usarla poco dopo a sua volta... un vecchio si siede per terra le gambe incrociate punta il calcio del fucile ben fisso nel terreno prende la canna in bocca e poi schiaccia il grilletto... rumore delle cervella del vecchio che si spiattellano sul terriccio battuto poco più in là una coppia di giovani amanti raccoglie due armi che ognuno di loro punta alle tempie dell'altro tenendosi stretti abbracciati fortissimo insieme baciandosi si sparano e cadono amandosi come fosse l'ultima volta o per sempre. i sacerdoti osservano la processione suicida che passa... nostalgia del futuro... psicologi dicono che é provocata dalla guerra che spinge gli umani a credere che non c'é un futuro possibile che tutti i sogni sono destinati ad essere infranti...

...
 (Continua)

L'ultimo

Barbarie — Inviato da syzen @ 20:50

Ormai natale è vicino.
Alberto ed io camminiamo spalla contro spalla nella lunga schiera grigia, curvi in avanti per resistere meglio al vento.
E' notte e nevica; non è facile mantenersi in piedi,  ancora più difficile mantenere il passo e l'allineamento: ogni tanto qualcuno davanti a noi incespica e rotola nel fango nero, bisogna stare attenti a evitarlo e a riprendere il nostro posto in fila.

Da quando sono in laboratorio, Alberto ed io lavoriamo separati, e , nella marcia di ritorno, abbiamo sempre un sacco di cose da dirci. di solito non si tratta di cose molto elevate: del alvoro, dei compagni, del pane, del freddo.....


(........)   di queste cose parliamo, incespicando da una pozzanghera all'altra, fra il nero del cielo e il fango della strada. Parliamo e camminiamo. Io porto le due gamelle vuote, Alberto il peso della menaschka dolcemente piena.
Ancora una volta la musica della banda, la cerimonia del <Mutzen Ab> - giù i berretti di scatto davanti alle SS; ancora una volta ARBEIT MACH FREI, e l'annunzio del Kapo :- Kommando 98, zwei und schzing Haftligne, Starke Stimmt - sessantadue prigionieri, il conto torna.
Ma la colonna  non si è sciolta, ci hanno fatto marciare fino in piazza dell' Appello. Ci sarà l'appello ?  Non è l'appello. Abbiamo visto la luce cruda del faro, e, il profilo ben noto della forca.

Ancora per più di un'ora le squadre hanno continuato a rientrare, col trepestio duro delle suole di legno sulla neve gelata. Quando poi tutti i Kommandos  sono ritornati, la banda ha taciuto a un tratto, e una rauca voce tedesca ha imposto il silenzio. Nell'improvvisa quiete, si è levata un'altra voce tedesca, e nell'aria buia e nemica ha parlato a lungo con collera.
infine il condannato è stao introdotto nel fascio di luce del faro.

Tutto questo apparato, e questo accanito cerimoniale, non sono nuovi per noi. Da quando io sono in campo, ho già dovuto assistere a tredici pubbliche impiccagioni; ma le altre volte si trattava di comuni reati, furti alla cucina,  sabotaggi, tentativi di fuga.
Oggi si tratta di altro.
 (Continua)

Dibattito - Torino

Barbarie — Inviato da syzen @ 16:47

In occasione di alcuni incontri di discussione che si stanno svolgendo a Torino (Torino dibattito)
pubblichiamo un dibattito nato dalla presentazione della LETTERA APERTA AI SOPRAVVISSUTI (download pdf) si tratta di riflessioni critiche con le quali ci troviamo in buona sintonia"

 

Eravamo sull'orlo dell'abisso; ora abbiamo fatto diversi passi avanti.

Mi si perdoni il tono lapidario, senza fronzoli, di questi appunti, ma tali sono: non vogliono essere nè una risposta alla Lettera aperta ai sopravvissuti di Sergio Ghirardi, nè una sua critica, solamente qualche spunto di riflessione, nato dalla lettura del suo libro, e buttato giù velocemente e alla rinfusa, come contributo al dibattito di questa sera a El Paso (dal titolo Dall'economia della catastrofe alla società del dono) e a quelli a venire.

Viviamo davvero l'economia della catastrofe, non c'è dubbio e non credo sia il caso di dilungarsi su dimostrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, e che sono anche ben argomentate nel libro di Sergio. Pertanto vengo subito al dunque: finita la lettura della Lettera aperta..., però, mi è sembrata subito lampante la debolezza di quella prospettiva che emerge come controaltare salvifico di fronte alla catastrofe in atto. Mentre tutto va a rotoli, come per incanto, ci prepariamo ad accogliere nel grembo fecondo della storia il germoglio di una nuova (l'ennesima!) società.
Questa volta non sarà una società mercantile ma "del dono", e non sarà una democrazia rappresentativa ma "soggettiva". Al di là di quest'ultima definizione – che personalmente mi fa accapponar la pelle, come anche alcune descrizioni che ne vengono accennate –, è la complessiva inconsistenza di tale "utopia" che lascia un senso di vuoto.
L'impianto stesso del discorso si regge su un'astrazione: da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall'insorgere della volontà di vivere!?
Io, semplicemente, non ci credo. Questa non è che la riproposizione del leit motiv, caro all'ideologia situazionista e in particolare a Raoul Vaneigem, per cui tutto il vecchio mondo a un certo punto crollerà di fronte all'affermarsi del soggettivo, del piacere, della pienezza di vita...
Ma questi sono dei concetti, astratti, non sono dinamiche materiali e sociali, che sono le cose da cui scaturiscono i cambiamenti. Questa è l'ideologia che ha accompagnato, negli anni '60 e '70, il movimento rivoluzionario radicale. E, mi sbilancio, ritengo che gran parte di quell'ideologia fosse figlia dell'ottimismo tecnologico dominante di quegli anni, anche quando non lo sposava dichiaratamente.
 (Continua)

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