Giochi di guerra

Soft air: giochiamo alla "guerra"
Il "combact" all’estero è già una mania. Niente paura però, è assolutamente innocuo.

Articolo di  Domenico Mazzone (http://www.coratolive.it/News/news.aspx?idnews=4735)

Se un giorno passeggiando in qualche bosco doveste imbattervi in persone armate fino ai denti, in mimetica ed anfibi, non abbiate paura, non si tratta di operazioni militari, bensì di giocatori di Soft air.
Stiamo parlando di uno sport nato nei primi anni ’90 (da poco è stato riconosciuto dal CONI) che, seppur lentamente, sta prendendo piede anche alle nostre latitudini attraverso club sparsi già in molti comuni italiani che svolgono tornei a livello nazionale. Si perchè questo "combact" è già molto praticato all’estero come nel nord d’Italia, ed inoltre, vanta persino delle riviste specializzate. «Il gioco – ci spiega Onofrio Signorile, membro del club "Arditi" di Corato che conta già una ventina di partecipanti – simula e riproduce, nella maniera più realistica possibile, quelle che sono state le azioni militari. L’unica differenza è che qui non si fa male nessuno. All’estero, molte aziende, invitano i propri dipendenti a prendere parte a questa attività, in quanto il Soft air riesce a far emergere capacità di leadership». I partecipanti s’incontrano in zone predefinite, qualunque scenario va bene, dove, dopo essersi divisi in due o più gruppi, danno vita a vere e proprie battaglie finalizzate a conseguire un obiettivo quale può essere rubare la bandiera o conquistare la postazione avversaria. Insomma; una versione dinamica del celebre Risiko.
E’ importante essere a conoscenza che il gioco viene effettuato in modo molto coscenzioso. Le aree della competizione vengono delimitate con dell’apposita segnaletica e sono riconosciute, previa autorizzazione, da un ente o un proprietario privato. Inoltre è un obbligo informare le forze dell’ordine su luoghi, date e orari in cui si svolge questa attività. «Vogliamo specificare che non siamo un gruppo paramilitare – continua Signorile – ne tantomeno degli esaltati. Non esistono né fini di lucro né politici. Pratichiamo questo sport per la forte scarica di adrenalina che ci provoca quando riusciamo ad immedesimarci completamente in questa realtà "virtuale". Questo gioco è in grado di creare aggregazione, un forte spirito di squadra e inoltre sviluppa notevolmente le individuali capacità sia fisiche che sensoriali».
Il Soft air può essere praticato da chiunque, uomini e donne l’importante è che abbiano superato i 16 anni d’età e che (non trattandosi di un gioco statico) abbiano un minimo d’idoneità fisica. Allo stesso tempo, però, vige un regolamento che deve essere rispettato: non viene ammesso al club chi abbia fatto uso di stupefacenti o chi è stato condannato penalmente.
«La nostra attrezzatura, le armi in particolar modo, riproduce fedelmente quella in dotazione ai vari eserciti del mondo. E’ chiaro che, anche per una questione di credibilità, non possiamo accettare all’interno del nostro club persone poco giudiziose. Malgrado spariamo pallini di plastica, e i nostri fucili rientrano nella categoria dei giocattoli, è facile scambiarli per armi vere e proprie».
Ritornando al gioco Signorile vuole precisare: «Alla base di tutto c’è l’onestà di ogni partecipante. Chi viene colpito deve dichiararlo, in caso contrario il Soft air non ha ragion d’essere».
Il Soft air insomma è una versione un po’ più elaborata e complessa dei giochi che ognuno di noi ha fatto da bambino, dalla "guerra" ai vari "guardia e ladri", di cui ha la stessa innocenza e la stessa passione.«Il Soft air non istiga alla guerra ne, tantomeno, alla violenza. – conclude Signorile – Invitiamo chi fosse interessato a mettersi in contatto con noi tramite l’email
arditicorato@libero.it».

Syzen  1

Quando ero ragazzino mi aggiravo per il quartiere con la mia piccola banda – uno dei divertimenti preferiti era bersagliare i passanti di palline di stucco – ognuno di noi si dotava di una cerbottana fatta da un sottile tubicino in plastica (si poteva comprare a poche lire da un qualsiasi ferramenta insieme a qualche etto di stucco) , lo stucco veniva manipolato ,ammorbidito e attaccato al tubo a mo’ di arsenale mobile, a quel punto eravamo pronti per lanciare la nostra piccola guerra contro il mondo: i grandi.

Andammo avanti per un bel po’ di tempo, cambiando armi e obiettivi , si intende, (passammo anche ai sassi etc) ad un certo punto la banda si divise, qualcuno divenne un bravo ragazzo e qualcuno finì in riformatorio e alla fine diventammo tutti grandi.

Se racconto questa storia non è per una qualche nostalgia  primi anni 80 a Milano.
Non mi interessa la retorica dei bei tempi andati, dell’atmosfera di libertà del quando si è ragazzi eccetera, mi interessa invece il cercare di capire dove nasce la voglia del gioco e dove nascono le sue regole, i suoi codici.

Da bambino, il tipo di gioco che ho raccontato prima, mi trasmetteva un grande senso di trasgressione verso il mondo adulto (forse perchè volevamo sfidare i grandi oppure essere come loro, chissà) e le regole venivano inventate di volta in volta (questo non vuol dire che non si creassero situazioni spiacevoli come i capetti e le loro piccole angherie….)

Anche se nasci in una famiglia socialmente "sfortunata" (si fa per dire) la voglia di giocare ti accompagna sempre e si affievolisce progressivamente nel passaggio all’età adulta dove la pistola alla tempia delle "responsabilità" spegne poco a poco la tua forza-invezione nel gioco.
I giochi dei grandi hanno regole fisse, i giochi dei grandi non costituiscono dei contro-mondi con nuovi codici d’azione (talvolta capita e forse si è su una soglia rivoluzionaria), i giochi dei grandi sono sempre più spesso simili all’ora d’aria dei carcerati nelle galere.

Detto questo non trovo niente di male a cercare un po’ di evasione da una vita di merda; Alcuni compagni di genova hanno messo insieme una squadra di calcio (La Resistente, of course) e si fanno un torneo con altra gente che non c’entra un cazzo con loro (in senso militante) -si divertono così come probabilmente si divertono gli altri che giocano con loro , o almeno spero sia così.

Ognuno gioca come può o come vuole, non spetta a me giudicare.
C’è chi si getta nell’agonismo sportivo, chi corre o nuota, chi pesca, chi spara nei poligoni, chi gioca ai cavalli o al poker, chi si ammazza di playstation o di fantacalcio, chi fa volare gli aquiloni e chi gioca alla roulette russa. A ognuno il suo come si  suol dire.

Quando però decidi di andare per boschi e senti la necessità di darti una divisa militare ( e magari il tuo club si chiama "arditi"), quando escludi dal gioco i tossici e quelli che hanno precedenti penali e avvisi gli sbirri, quando il tuo gioco viene implementato anche dall’azienda dove lavori cosicché emergano le tue doti di leadership, allora penso che siamo di fronte a qualcos’altro. Penso che chi lo pratica (magari inconsciamente o magari no) faccia apologia delle norme e dei codici che regolano questa società di merda e penso anche che qualcuno di questi "players" un giorno o l’altro sarà pronto a tutto pur di difendere questa società e i suoi giochi da schiavi da tutti coloro che vorranno cambiare appunto >le regole del gioco.
Forse sono cattivi pensieri o forse no.

Syzen 2

C’è chi dice che il gioco educa: alle mamme pacifiste che non vogliono far giocare i propri bambini con le armi, viene ricordato che giocando si stigmatizza la realtà, si impara a viverla, si impara che non è tutto un gioco. Pare che chi non abbia mai usato le armi per gioco al momento in cui si trovi a militare inizi lì un’emozione e una passione. Un gioco con armi vere, regole vere e, potenzialmente, vittime vere. Giochi di dominio e, forse, per questa loro estrema vicinanza alla realtà, tanto interessanti.

Mio fratello da piccolo adorava le armi, insieme giocavamo alla guerra, poi io sono cresciuta e lui ha continuato a giocare alla guerra, aveva anche dei fucili soft air e compiva vere e proprie spedizioni da commandos nel giardino di casa. Il suo gioco era sostenuto realisticamente dallo studio dei manualetti di militare di mio padre, dall’attenta preparazione della missione su cartine dettagliatissime. Giocava ad una guerra vera, con un alto  grado realistico, potremmo dire. Giocava da solo contro tutti.
Poi è cresciuto e gli è rimasta la passione per le armi, spara in montagna contro un bersaglio. Non è pacifista, non è nemmeno violento, non è "militante".
 In Svizzera c’è la leva: quest’estate è partito per il militare. Non ha cercato di farsi scartare, non ha motivazioni serie, dice lui, per farsi scartare.
Noi diremmo, non ha motivazioni politiche, non è politicizzato. Bene, è partito per il militare: il buon risultato nelle prove fisiche ha fatto sì che lo mettessero nelle armate di soccorso: quelli che intervengono per primi al momento delle catastrofi chimiche-atomiche ecc. Diceva che sarebbe stato interessante, a lui piace la scienza. Dopo tre settimane ha simulato una depressione ed eccessi di violenza e si è fatto scartare.
Perché?
Lui dice che erano regole stupide, nulla aveva senso e che, soprattutto, gli sembrava di far parte di un gioco giocato seriamente.
Molti suoi "commilitoni" sono rimasti, affascinati da questo gioco, continueranno a giocare. Anche nelle libere uscite giocavano: uscivano in rango, ben schierati. Lui è rimasto stupefatto e scioccato di quanto sia pericoloso giocare da adulti, di quanto sia facile perdere il senso della realtà, creandosi una meta realtà tanto simile, ma vissuta "per gioco".

La psicanalisi indica il gioco come strumento per affrontare senza rischi la realtà. Tutti giocano, gli animali simulano la caccia prima di affrontare quella vera. Noi giochiamo, da piccoli ma anche da grandi. Solo che da piccoli è ben evidente qual è la linea di demarcazione tra realtà e gioco: i bambini usano l’imperfetto ludico per immedesimarsi.
 I grandi no: giocano seriamente sparandosi tra di loro con fucili finti, strisciano tra trincee con armi vere, ma anche immaginano scontri cruenti con la polizia nelle piazze, salvo poi accorgersi che quella è realtà, che i colpi sono veri sì, ma che soprattutto sono vere le conseguenze delle regole imposte.

Non distinguere nettamente gioco-realtà porta, forse, all’assenza del gioco come percezione. Assenza di gioco(percepito), assenza di esperienza giocosa conduce, forse, a giocare nella realtà e questo potrebbe risultare funzionale. In un’epoca dove è tanto necessario fuggire, forse l’ora d’aria concessaci è riservata alla realtà.  Se gioco è soprattutto immaginazione, come non vedere in molte cose dei veri e propri giochi, con tanto di regole ben definite ma immaginarie?
Una donna che fatica a tirare alla fine del mese e però il sabato esce ben vestita, con borse "imitazione Prada"  non gioca?
Un "militante " che vende felpe "da sommossa" ad una serata non gioca?

Mi pare, a ben guardare, che si sia costruita una meta realtà giocosa decisamente pericolosa: la linea usata dai bambini per mezzo dell’imperfetto ludico che permette di distinguere, inconsciamente magari, la realtà dall’immaginazione non esiste più. E dunque?
Un "antagonismo militante immaginario", ad esempio, è molto meno pericoloso, più strumentalizzabile. Allora il tutto viene mantenuto sul piano del gioco: azioni che alimentano l’immaginazione ma che realmente non hanno incidenza. Penso, ad esempio, alla manifestazione del 9.6 a Roma, dove sono stati inscenati scontri con la polizia, senza che in realtà nulla accadesse; oppure alla costruzione d trappole antisgombero salvo poi scoprire al momento dello sgombero che non c’erano i compagni.

Quando poi la realtà si fa sentire, con tutta la sua crudeltà e violenza ci si trova sprovvisti di esperienza e di mezzi, impauriti, incapaci di capire i propri limiti. Aver fatto della nostra attività un’immagine, un mito e dunque una specie di "gioco di ruolo" ma non aver mai realmente giocato con la violenza, non esserci mai confrontati, ci porta, nel conflitto con chi, magari, del gioco ne ha fatto mestiere, a non saper cosa fare. Ci porta ad un brutto, terribile ed immobilizzante risveglio. Pensiamo al seguito dell’11.3 a Milano: una mattina organizzata in una meta realtà che, nello scontro, si è schiantata, lasciando irrompere la realtà e i limiti si sono imposti con evidenza: incapacità di gestire la fase processuale, compagn* che in carcere si accorgono di non essere invulnerabili ed hanno paura, compagn* che, una volta usciti, non si sono più ripresi.

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