KUH

Al capolinea del circuito veloce a levitazione magnetica il segnale: neuropoli. Grande madre impazzita. Utero inghiottitore di rospi. Rapide immagini rotolanti. Quela mano assassina che ripete il suo gesto con la fredda indifferenza di una punzonatrice. Warhol. Warrios. Abas Abele stramazza tra pecore cibernetiche indifferenti. Folla silenziosa nel suo flusso ordinato che si biforca per far spazio all’evento. Abas cade sulle lamiere heavy metal del vagoncino. Facce meccaniche salgono e scendono a tutte le fermate. Abas cade abbattuto tra banconi stracolmi di merce di grandi magazzini. Volti su cui non é stato programmato il sorriso replicano in silenzio il loro sorriso. Acquistando merce. Merce. Il sangue non stimola emozioni. Caino detto Kuh non fugge. Non fugge. Attende. Attende cronisti e operatori TV. E poi dichiara: mi chiamo Kuh ovvero proprietà ed affermando il mio potere su Abas ho inaugurato una nuova era. Molte foto per Kuh, che ad un certo punto si sente domandare: – Quel morto era proprio necessario? C’é agitazione nella stampa. Occhi si cercano senza emozione. Anche Kuh tende i suoi circuiti elettronici mentre risponde: non si fonda una città senza uccisione! Poi si fanno avanti due giovani senza-tratti-particolari. Lei fulminea impugna una 38 special. Gesti efficaci levigati calcolati. Si odono spari. Ancora spari in rapida sequenza. Cade Kuh, il volto contratto e disfatto e l’oscenità del suo corpo esplode nell’improvviso silenzio della morte. Rumori di contesto. Ogni blu precipita nel viola. Agitazione. Tutto é ripreso dalle telecamere, filmato, multifotografato. Occhi attenti di reporter fissano il non detto dell’attacco guerrigliero. Evento e media-evento ingaggiano guerre di senso. Non fuggono i due. Non si sottraggono ai flash né alle prevedibili domande. Mi chiamo Wkhy – dice lui – ed era necessario: non si abbatte la proprietà senza violenza. Il mio nome é Wkhy – dice lei – ed era necessario: perché da ogni buco che squarcia il cuore di Kuh nasce un nuovo mondo.

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