La notizia della settimana #2

MILANO: LADRI URTANO SPECCHIETTO AUTOMOBILISTA E GLI RUBANO OROLOGIO DA 15MILA EURO

Milano, 16 gen. – (Adnkronos) – E’ stato avvicinato da uno scooter con in sella due ragazzi mentre era a bordo del suo Porsche Cayenne. Un urto leggero alla specchietto e lui che decide di rimetterlo a posto. Un trucco ‘collaudato’ che ha permesso ai due ladri di afferrare l’orologio Daytona che aveva al polso e sparire nel traffico. E’ un uomo di 47 anni la vittima del furto accaduto ieri, alle 19.30 circa, in corso Venezia a Milano. E’ stato lui stesso arrivato a destinazione, in via Montenapoleone, a telefonare alla polizia e denunciare il furto dell’orologio: valore di 15mila euro.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1778351170

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Un morto al check-point

Un morto al check-point di Arezzo e rivolte. Le gravissime responsabilità di una sinistra da demolire

Lo scorso 7 novembre un articolo di Bifo in un corsivo di prima pagina su Liberazione "celebrava" la rivoluzione di ottobre con un commento sulla depressione di Lenin come male del ventesimo secolo e come causa maligna dello sviluppo della storia dell’Unione Sovietica e di buona parte del ‘900. A parte che qualsiasi lettore non italiano potrebbe stralunarsi nel leggere su un giornale comunista un commento del genere sulla rivoluzione d’Ottobre, quelli italiani sono invece assuefatti al lisergico,

Ormai una certa sinistra italiana ha preso a fare storia alla Carlyle, che era uno storico di destra, come riflesso della psicologia dei grandi personaggi come se le masse appartenessereo alla persona al potere. Ma il punto vero è che, con un modo di pensare la storia così decadente, la realtà oramai sfugge ad una certa sinistra imprigionata tra le compatibilità di ceto politico ed un minimalismo teorico in grado solo di imboccare circoli viziosi di interpretazione dei fenomeni sociali.
Per questo, e per le solari responsabilità per quello che è successo nella giornata di domenica da parte delle politiche di polizia del governo dell’Unione tutta, riteniamo che lo spirito giusto con il quale confrontarsi con questo genere di sinistra sia quello che ha portato i ragazzi di Bergamo a infrangere la recinzione dello stadio e il rito della domenica Sky per rompere lo spettacolo dell’ordine domenicale inteso come simbolo del regolato ordine di tutti i giorni.
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Bobby

Veltroni è così emozionalmente di destra che mi sono quasi commosso. Quando uno dice che qualcosa non è né di destra né di sinistra significa che sta dicendo qualcosa di destra. E Veltroni insiste nel dire che ciò che dice non è né di destra né di sinistra. Ben venga dunque nell’Italia di centrodestra”.

Giancarlo Galan (Casa delle libertà), governatore del Veneto, dopo il lancio al Lingotto di Torino della candidatura di Walter Veltroni come segretario del PD. Da “Il Manifesto” 28-6-2007

Poche trame di racconto come la struttura narrativa di Bobby di Emilio Estevez, il film sul giorno dell’assassinio di Robert Kennedy, rivelano il rapporto tra la politica ufficiale e il vissuto.
Prima di tutto perché Estevez rivela come questo rapporto si dia, nelle culture liberal istituzionali, in termini irrimediabilmente impolitici. In Bobby si comprende infatti come, nel rapporto fusionale tra candidato ed elettori, il concetto liberal delle elezioni altro non sia che una rilettura della formazione di consenso attorno al potere pastorale e alla sua voce, un governo degli elettori grazie al dispositivo emozionale costruito attorno al candidato. Dotato di parola e di senso, in origine grazie alla voce narrante tecnicamente diffusa dalla radio oggi grazie a una molteplicità di piattaforme mediali, il candidato attira consenso attraverso lo scatenamento dell’adesione di massa ai contenuti delle sue calde narrazioni e della sua capacità di interpretare il vissuto altrui in queste narrazioni delle quali è comunque esclusivo depositario soprattutto sul piano dell’espressività politica.  Diventa quindi un percorso obbligatorio, se ci si occupa di pensabilità dei fenomeni politici, definire questa figura del candidato in quei termini genealogici che finiscono per mostrare le radici di quest’istituzione che affondano nel fenomeno del potere pastorale.
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Us army, antropologia in soccorso alla counterinsurgency

Il New York Times ha pubblicato di recente un interessante articolo
(Army Enlists Anthropology in War Zones)che illustra il lavoro svolto da
una antropologa americana, una civile embedded nello US Army, impiegata
in una area difficile del paese, la valle dello Shabak, insieme a un
reparto di della 82^ Airborne Division nel quadro di un Human Terrain
Team (Htt), un programma del Pentagono che copre il dispiegamento di
sociologi e antropologi a supporto delle unità sul terreno.
Nell´articolo vengono illustrati i commenti molto positivi che i
comandanti responsabili della zona hanno espresso a proposito del lavoro
di questa antropologa che, per ragioni di riservatezza, ha preferito
essere riconosciuta con lo pseudonimo di Tracy tacendo la sua vera identità.

articolo in inglese

Le capacità di Tracy hanno permesso ai militari americani un salto di
qualità nella loro capacità di interpretare la popolazione civile
presente nella loro zona di operazioni, una popolazione della quale fino
ad allora non avevano capito né la psicologia né le complesse
problematiche che ne governano la vita, e come conseguenza di questo
approccio più morbido da parte dei militari e dell´aumentata
consapevolezza ambientale i combattimenti sono diminuiti del 60 per cento.
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Sui compagni arrestati a Spoleto

Ieri mattina sul presto ricevo la notizia che 5 compagni anarchici sono stati arrestati in umbria.
(link a informa-azione)

La magistratura perugina ha spiccato dei mandati di cattura nei loro confronti sulla base dell’articolo 270 bis:  associazione sovversiva.
Li si accusa di essersi sovversivamente associati per mandare all’aria la quiete della verde umbria, di aver mandato proiettili al suo presidente regionale e di essere pronti ad alzare il tiro.
D’altronde,  si sa, gli anarchici disdegnano di nascondere le loro intenzioni.
La notizia rimbalza velocemente sui siti di informazione:  anarchici, insurrezione, sovversioni varie ed eventuali.

Compaiono le prime foto ed immagini : la banda è composta da 4 ventenni ed un quarantenne ;  ti aspetti arsenali, bombe,  tralicci che saltano , una santa barbara ad Assisi ed invece niente.  Vengono sequestrati 5 coltelli e altri materiali pericolosi quali riviste, giornali, volantini e personal computer.
Comincio a pensare che il magistrato che ha firmato gli ordini di cattura sia un segreto ammiratore dell’ideale anarchico; in fondo gli anarchici sono tra i pochi ad aver resistito alla corruzione tipica di questa deforme postmodernità.
Negli ultimo vent’anni tutto è stato decostruito (per poi essere riassemblato alla bisogna) ma non gli anarchici. Una vera certezza.
Forse è per questo che il magistrato ha dato loro un 270 bis " associazione  con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico".  : per ammirazione e rispetto.
Gli anarchici , e non solo loro, godono di grande rispetto tra i magistrati ed è per questo che i 270 bis negli ultimi 6/7 anni fioccano come la neve sulla piazza rossa a dicembre.

A mettere tutte in fila le incriminazioni e gli arresti per 270 bis degli ultimi tempi pare di essere alla soglia della guerra civile: spuntano ovunque sovversivi associati, gruppi pronti ad entrare in azione, bombe lì lì per esplodere e alla fine niente. niente di niente. Decine e decine di arresti, migliaia di perquisizioni, anni di galera preventiva e alla fine tanti saluti. Era solo un premio alla costanza.

Che ne so , uno pensa al numero di morti ammazzati da gruppi guerriglieri in Italia negli ultimi vent’anni e crede di dover usare il pallottoliere: 100 ? 1000 ?
No, 3. Tre morti ammazzati in 20 anni  che fa + o meno il numero quotidiano di operai morti sul lavoro.
E’ brutto fare il conto dei morti ma è peggio fare i conti dei murati vivi a questo punto.
Sto pensando a queste cose quando vedo apparire tronfio e squallido un personaggio che si prende tutti i meriti dell’operazione: si chiama Ganzer, Generale Ganzer ed è il vicecomandante dei Ros, i reparti operativi speciali dei carabinieri.
Egli titilla le orecchie avide dei giornalisti parlando di intercettazioni sofisticate, di cellula insurrezionale pronta al balzo, di guerriglia umbra;
cose mai viste insomma, infatti nessuno le ha viste. Per le prove schiaccianti ci penserà il magistrato a tempo debito. La prevenzione è tutto in questi casi e la galera è la migliore prevenzione : prevenire è meglio che curare.
Quando oggi ho letto su alcuni giornali il testo di alcune intercettazioni non sapevo se ridere o piangere e ho immediatamente pensato che forse in qualche piega della manovra finanziaria ci sia un qualche comma che finanzia la  ricostruzione dei campi di concentramento.
Così mentre il magistrato si limitava a parlare di soggetti pericolosi assicurati alla giustizia e la galera si apriva per ingoiare non si sa per quanto i 5 compagni di spoleto il generale Ganzer apriva la sua enorme coda da pavone e riceveva gli applausi bipartisan di tutti i patrioti, dimentichi  ( o forse silenti) che anche il nostro eroe è sotto processo con molti dei suoi sodali (traffico di droga, peculato, falso ect ect) , che il suo processo langue da qualche parte del tribunale di milano e che il suo principale accusatore ha nel mentre trovato il tempo di morire suicida.
Chi si meraviglia ancora di queste cose è un cretino.
Ganzer ed i ros sono un vero corpo all’avanguardia; hanno intuito con anticipo il divenire della guerra civile in questa società che si va sfarinando ogni giorno di più e operano esattamente come facevano alcune bande tipo la Kock o la Carità durante la guerra civile combattuta tra il 43 e il 45 in Italia.
Sequestrano, torturano, costruiscono prove e quando il loro pacchetto è pronto vanno nelle procure della repubblica dove generosamente offrono il frutto del loro business-core.
I magistrati sono autonomi (lo dice la costituzione) e anche loro sono autonomi  (lo dice una legge approvata dalla sinistra che ha reso completamente autonomi i carabinieri e le loro sottobande)
Così vanno le cose e così devono andare.
Fino a quando ?

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L’ultimo

Ormai natale è vicino.
Alberto ed io camminiamo spalla contro spalla nella lunga schiera grigia, curvi in avanti per resistere meglio al vento.
E’ notte e nevica; non è facile mantenersi in piedi,  ancora più difficile mantenere il passo e l’allineamento: ogni tanto qualcuno davanti a noi incespica e rotola nel fango nero, bisogna stare attenti a evitarlo e a riprendere il nostro posto in fila.

Da quando sono in laboratorio, Alberto ed io lavoriamo separati, e , nella marcia di ritorno, abbiamo sempre un sacco di cose da dirci. di solito non si tratta di cose molto elevate: del alvoro, dei compagni, del pane, del freddo…..

(……..)   di queste cose parliamo, incespicando da una pozzanghera all’altra, fra il nero del cielo e il fango della strada. Parliamo e camminiamo. Io porto le due gamelle vuote, Alberto il peso della menaschka dolcemente piena.
Ancora una volta la musica della banda, la cerimonia del <Mutzen Ab> – giù i berretti di scatto davanti alle SS; ancora una volta ARBEIT MACH FREI, e l’annunzio del Kapo :- Kommando 98, zwei und schzing Haftligne, Starke Stimmt – sessantadue prigionieri, il conto torna.
Ma la colonna  non si è sciolta, ci hanno fatto marciare fino in piazza dell’ Appello. Ci sarà l’appello ?  Non è l’appello. Abbiamo visto la luce cruda del faro, e, il profilo ben noto della forca.

Ancora per più di un’ora le squadre hanno continuato a rientrare, col trepestio duro delle suole di legno sulla neve gelata. Quando poi tutti i Kommandos  sono ritornati, la banda ha taciuto a un tratto, e una rauca voce tedesca ha imposto il silenzio. Nell’improvvisa quiete, si è levata un’altra voce tedesca, e nell’aria buia e nemica ha parlato a lungo con collera.
infine il condannato è stao introdotto nel fascio di luce del faro.

Tutto questo apparato, e questo accanito cerimoniale, non sono nuovi per noi. Da quando io sono in campo, ho già dovuto assistere a tredici pubbliche impiccagioni; ma le altre volte si trattava di comuni reati, furti alla cucina,  sabotaggi, tentativi di fuga.
Oggi si tratta di altro.
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Giochi di guerra

Soft air: giochiamo alla "guerra"
Il "combact" all’estero è già una mania. Niente paura però, è assolutamente innocuo.

Articolo di  Domenico Mazzone (http://www.coratolive.it/News/news.aspx?idnews=4735)

Se un giorno passeggiando in qualche bosco doveste imbattervi in persone armate fino ai denti, in mimetica ed anfibi, non abbiate paura, non si tratta di operazioni militari, bensì di giocatori di Soft air.
Stiamo parlando di uno sport nato nei primi anni ’90 (da poco è stato riconosciuto dal CONI) che, seppur lentamente, sta prendendo piede anche alle nostre latitudini attraverso club sparsi già in molti comuni italiani che svolgono tornei a livello nazionale. Si perchè questo "combact" è già molto praticato all’estero come nel nord d’Italia, ed inoltre, vanta persino delle riviste specializzate. «Il gioco – ci spiega Onofrio Signorile, membro del club "Arditi" di Corato che conta già una ventina di partecipanti – simula e riproduce, nella maniera più realistica possibile, quelle che sono state le azioni militari. L’unica differenza è che qui non si fa male nessuno. All’estero, molte aziende, invitano i propri dipendenti a prendere parte a questa attività, in quanto il Soft air riesce a far emergere capacità di leadership». I partecipanti s’incontrano in zone predefinite, qualunque scenario va bene, dove, dopo essersi divisi in due o più gruppi, danno vita a vere e proprie battaglie finalizzate a conseguire un obiettivo quale può essere rubare la bandiera o conquistare la postazione avversaria. Insomma; una versione dinamica del celebre Risiko.
E’ importante essere a conoscenza che il gioco viene effettuato in modo molto coscenzioso. Le aree della competizione vengono delimitate con dell’apposita segnaletica e sono riconosciute, previa autorizzazione, da un ente o un proprietario privato. Inoltre è un obbligo informare le forze dell’ordine su luoghi, date e orari in cui si svolge questa attività. «Vogliamo specificare che non siamo un gruppo paramilitare – continua Signorile – ne tantomeno degli esaltati. Non esistono né fini di lucro né politici. Pratichiamo questo sport per la forte scarica di adrenalina che ci provoca quando riusciamo ad immedesimarci completamente in questa realtà "virtuale". Questo gioco è in grado di creare aggregazione, un forte spirito di squadra e inoltre sviluppa notevolmente le individuali capacità sia fisiche che sensoriali».
Il Soft air può essere praticato da chiunque, uomini e donne l’importante è che abbiano superato i 16 anni d’età e che (non trattandosi di un gioco statico) abbiano un minimo d’idoneità fisica. Allo stesso tempo, però, vige un regolamento che deve essere rispettato: non viene ammesso al club chi abbia fatto uso di stupefacenti o chi è stato condannato penalmente.
«La nostra attrezzatura, le armi in particolar modo, riproduce fedelmente quella in dotazione ai vari eserciti del mondo. E’ chiaro che, anche per una questione di credibilità, non possiamo accettare all’interno del nostro club persone poco giudiziose. Malgrado spariamo pallini di plastica, e i nostri fucili rientrano nella categoria dei giocattoli, è facile scambiarli per armi vere e proprie».
Ritornando al gioco Signorile vuole precisare: «Alla base di tutto c’è l’onestà di ogni partecipante. Chi viene colpito deve dichiararlo, in caso contrario il Soft air non ha ragion d’essere».
Il Soft air insomma è una versione un po’ più elaborata e complessa dei giochi che ognuno di noi ha fatto da bambino, dalla "guerra" ai vari "guardia e ladri", di cui ha la stessa innocenza e la stessa passione.«Il Soft air non istiga alla guerra ne, tantomeno, alla violenza. – conclude Signorile – Invitiamo chi fosse interessato a mettersi in contatto con noi tramite l’email
arditicorato@libero.it».
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L’individuo

L’INDIVIDUO


TESI

Partire da ciò che sono: un INDIVIDUO, che vive in una DIMENSIONE CONTEMPORANEA basata su relazioni interpersonali e intertemporali che hanno come valore fondante il DENARO.
Il denaro conferisce all’individuo potere,  al di là di ogni radicamento storico-sociale, creando entità-individui come accumulo di valore nel tempo e nello spazio. E’ per questo, a mio parere, che ogni abolizione rivoluzionaria dello stato presente appare destinata a partire dall’essere umano individuale.
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Dibattito – Torino

In occasione di alcuni incontri di discussione che si stanno svolgendo a Torino (Torino dibattito)
pubblichiamo un dibattito nato dalla presentazione della LETTERA APERTA AI SOPRAVVISSUTI (download pdf) si tratta di riflessioni critiche con le quali ci troviamo in buona sintonia"

 

Eravamo sull’orlo dell’abisso; ora abbiamo fatto diversi passi avanti.

Mi si perdoni il tono lapidario, senza fronzoli, di questi appunti, ma tali sono: non vogliono essere nè una risposta alla Lettera aperta ai sopravvissuti di Sergio Ghirardi, nè una sua critica, solamente qualche spunto di riflessione, nato dalla lettura del suo libro, e buttato giù velocemente e alla rinfusa, come contributo al dibattito di questa sera a El Paso (dal titolo Dall’economia della catastrofe alla società del dono) e a quelli a venire.

Viviamo davvero l’economia della catastrofe, non c’è dubbio e non credo sia il caso di dilungarsi su dimostrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, e che sono anche ben argomentate nel libro di Sergio. Pertanto vengo subito al dunque: finita la lettura della Lettera aperta…, però, mi è sembrata subito lampante la debolezza di quella prospettiva che emerge come controaltare salvifico di fronte alla catastrofe in atto. Mentre tutto va a rotoli, come per incanto, ci prepariamo ad accogliere nel grembo fecondo della storia il germoglio di una nuova (l’ennesima!) società.
Questa volta non sarà una società mercantile ma "del dono", e non sarà una democrazia rappresentativa ma "soggettiva". Al di là di quest’ultima definizione – che personalmente mi fa accapponar la pelle, come anche alcune descrizioni che ne vengono accennate –, è la complessiva inconsistenza di tale "utopia" che lascia un senso di vuoto.
L’impianto stesso del discorso si regge su un’astrazione: da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall’insorgere della volontà di vivere!?
Io, semplicemente, non ci credo. Questa non è che la riproposizione del leit motiv, caro all’ideologia situazionista e in particolare a Raoul Vaneigem, per cui tutto il vecchio mondo a un certo punto crollerà di fronte all’affermarsi del soggettivo, del piacere, della pienezza di vita…
Ma questi sono dei concetti, astratti, non sono dinamiche materiali e sociali, che sono le cose da cui scaturiscono i cambiamenti. Questa è l’ideologia che ha accompagnato, negli anni ’60 e ’70, il movimento rivoluzionario radicale. E, mi sbilancio, ritengo che gran parte di quell’ideologia fosse figlia dell’ottimismo tecnologico dominante di quegli anni, anche quando non lo sposava dichiaratamente.
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La congiura degli estranei il naufragio e la zattera

Congiura degli estranei ed allegria di naufraghi


La storia dei movimenti rivoluzionari del Novecento è stata dominata da una visione storicista e dialettica: alla totalità oppressiva del capitale si opponeva la totalità liberatoria del comunismo, destinata a superare le contraddizioni e l’alienazione del presente. Entro questa visione sembrava possibile abolire l’alienazione per superarla in una forma di società superiore in cui l’uomo non fosse più estraneo al prodotto del suo lavoro.Come sappiamo quest’ideologia è fallita miseramente.

Ma se prescindiamo dall’ideologia, se studiamo la dinamica obbiettiva dei movimenti, la loro storia materiale e simbolica, ci rendiamo conto del fatto che in essi ha agito una visione di tutt’altro genere, niente affatto totalizzante, niente affatto dialettica. Invece di pretendere il superamento dell’alienazione attraverso la realizzazione di un altro mondo(possibile?), la spontaneità della vita quotidiana oppone l’estraneità all’alienazione.
In verità non dovremmo parlare di opposizione, ma piuttosto di fuga, di sottrazione, di scismogenesi seminclandestina.
I movimenti spontanei della vita quotidiana hanno cercato di sottrarsi e di nascondersi per sfuggire alle conseguenze dello sfruttamento e della guerra. Quando il corpo era sottomesso allo sfruttamento industriale, ma la mente rimaneva inoperosa ed esclusa dal circuito della produzione, era possibile fare anima collettivamente, creare circuiti di vita intelligente, comunità intelligenti ed affettuose: la vita intellettuale del Novecento coinvolgeva nella comunità autonoma gli operai il cui corpo era incatenato.
Questo è stato possibile fin quando l’oppressione capitalistica si manifestava nella sua forma industriale, fin quando cioè il dominio si esercitava sul corpo del lavoratore.

Ma come è possibile rimanere estranei al dominio del capitale, quando la Metamacchina si è messa a ronzare nelle nostre teste, quando gli automatismi tecnici, psichici e relazionali invadono lo spazio della vita quotidiana?

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