Giancarlo Galan (Casa delle libertà), governatore del Veneto, dopo il lancio al Lingotto di Torino della candidatura di Walter Veltroni come segretario del PD. Da Il Manifesto 28-6-2007
Poche trame di racconto come la struttura narrativa di Bobby di Emilio Estevez, il film sul giorno dellassassinio di Robert Kennedy, rivelano il rapporto tra la politica ufficiale e il vissuto.
Prima di tutto perché Estevez rivela come questo rapporto si dia, nelle culture liberal istituzionali, in termini irrimediabilmente impolitici. In Bobby si comprende infatti come, nel rapporto fusionale tra candidato ed elettori, il concetto liberal delle elezioni altro non sia che una rilettura della formazione di consenso attorno al potere pastorale e alla sua voce, un governo degli elettori grazie al dispositivo emozionale costruito attorno al candidato. Dotato di parola e di senso, in origine grazie alla voce narrante tecnicamente diffusa dalla radio oggi grazie a una molteplicità di piattaforme mediali, il candidato attira consenso attraverso lo scatenamento delladesione di massa ai contenuti delle sue calde narrazioni e della sua capacità di interpretare il vissuto altrui in queste narrazioni delle quali è comunque esclusivo depositario soprattutto sul piano dellespressività politica. Diventa quindi un percorso obbligatorio, se ci si occupa di pensabilità dei fenomeni politici, definire questa figura del candidato in quei termini genealogici che finiscono per mostrare le radici di questistituzione che affondano nel fenomeno del potere pastorale.
Paul Veyne definisce il potere pastorale, all’origine della nozione di governo nell’antichità, come il potere di indirizzo e guida da parte di una figura carismatica nei confronti di una intera popolazione che viene condotta attraverso la storia con la cura ed il comando di un pastore verso il proprio gregge. Con la nascita dello stato moderno, secondo Foucault, la figura trascendente e carismatica del potere pastorale lascia il passo ad una governamentalità dove il potere si esercita secondo tecnologie amministrative. Lassenza di un soggetto del potere nella modernità in questo senso viene celebrata nel saggio su Las Meninas: lottica del potere deve essere dappertutto e per questo la rappresentazione di una sola figura del governo è insufficiente rispetto al livello di visibilità e alla capacità di ispezione necessari alla governamentalità moderna. E, in sostanza, il passaggio weberiano dal potere carismatico al potere legale che si opera in Foucault ma non sul piano dellastrazione concettuale quanto su quello dellottica dei dispositivi di potere.
Il potere postmoderno recupera nella figura del candidato quel potere pastorale precedente alla modernità, depurandolo dagli aspetti eccessivi che il potere pastorale aveva mostrato nella sua riemersione durante i fascismi e seguendo le indicazioni di Debord ovvero che nelle società dello spettacolo il potere si dà come immagine necessariamente come distaccata dalla vita che in questo modo fa presa nella morfologia sociale. Questa separazione, nel controllo della vita, dell’immagine rappresenta la cifra del potere nella società dello spettacolo, movimento autonomo del non-vivente che è pura accumulazione di potere, degradazione dellessere e costruzione di legittimità nella governamentalità postmoderna. Del resto il candidato nella figura della persona fisica riflette i caratteri della vedette dello spettacolo ovvero in Debord l’icona della persona dotata di tutte le qualità che regna in una società dove la personalità comune può esprimersi solo in modo frammentario .
Il modello Usa del candidato, per quanto ne pensi invece Debord che ha pensato l’Italia e la Francia e non gli Stati Uniti come modelli del dominio dello spettacolare integrato, rappresenta la consacrazione di questo fenomeno del potere pastorale della postmodernità al servizio del proprio reticolo di interessi , dei nessi clientelari e della legittimazione della governamentalità ottenuta tramite la creazione di consenso grazie all’ erogazione di spettacolo e all’ esposizione della vedette. In questo senso Bobby non appartiene tanto agli anni 60 ma all’ alba consacrale della postmodernità, alla genesi dello sgretolamento delle organizzazioni collettive della politica grazie allesposizione reiterata della vedette praticata a partire dagli anni 70 e evolutasi fino a noi su più piani mediali.
Veltroni, che ha una visione degli Stati Uniti che sembra sempre quella dello studente ventenne con una visione generica del mondo che nei primi anni 60 aveva a disposizione pochi primitivi media culturali, riadatta i modelli retorici ed iconici kennedyani alle esigenze di consenso di un ceto politico che è radicato in un substrato conoscitivo e di potere che rimanda irrimediabilmente al periodo del compromesso storico. La visite a Barbiana sono costruite per aggiungere quell’ elemento di genuinità francescana che, in un paese dove le culture politiche istituzionali sono cattoliche o postcattoliche, serve da omaggio alla tradizione che vuole il potere pastorale italiano terribile negli effetti ma non nell’ interfaccia.
Il dispositivo di potere che le primarie del Bobby italiano hanno fatto scattare è elementare quanto privo di reali analisi critiche in un paese dove la resa al generalismo culturale del PD per la sinistra radicale è comunque immaginata come compensata da posti di sottogoverno e mimetizzata sotto la parola mediazione. Le primarie uliviste altro non sono infatti che un secco trasferimento di potere dagli elettori agli eletti, una adesione ribattezzata scelta ad una cordata di potere piuttosto che a unaltra. Una volta trasformatosi il candidato in eletto, la verticalizzazione del potere è conclusa e la cordata clientelare formatasi attorno al candidato, votata pure a scheda blindata, può dispiegarsi come rete di potere attorno a lui. Un quindicennio di berlusconismo, qui rielaborato da linguaggi di sinistra e partecipativi, è riuscito a presentarci questo meccanismo di creazione di un potere notabilare senza reale dispositivo di controllo dal basso come un esercizio di democrazia di base. Ma viviamo pur sempre nellepoca in cui la guerra si chiama missione di pace e il presidente della camera che si dice comunista e pacifista passa in rassegna le truppe che andranno al fronte con la spilla arcobaleno sulla giacca a involontaria e grottesca imitazione dell’ inviato in Vietnam di Full Metal Jacket.
Non dimentichiamolo quindi il faccione del Bobby italiano sparato in posa sorridente su più piattaforme mediali. Porta con sé, dietro l’ interfaccia formato famiglia Barilla, uno dei giorni più neri per la democrazia in Italia. Quello in cui la consegna democratica dei poteri dal basso verso l’ alto, la destituzione del controllo dal basso nei confronti del ceto politico trova la sua permanente forma cerimoniale dietro il simulacro della democrazia diffusa. La cannibalizzazione di nuovi ampi territori di beni pubblici di questo paese, immolati in nome del mito demenziale del mercato, rappresenterà nel prossimo futuro il retrogusto amaro di questo simulacro. La legittimazione di questo ceto politico, che in questo modo che apre le porte ad i suoi progetti cannibali, costerà nuove lacrime e sangue a questo paese.
L’intransigenza nei confronti di questo fenomeno è quindi, prima di tutto, un’operazione di ecologia della mente poi un sensato progetto politico.
mcs
http://www.senzasoste.it/editoriali/veltroni-il-bobby-italiano.html