Il New York Times ha pubblicato di recente un interessante articolo
(Army Enlists Anthropology in War Zones)che illustra il lavoro svolto da
una antropologa americana, una civile embedded nello US Army, impiegata
in una area difficile del paese, la valle dello Shabak, insieme a un
reparto di della 82^ Airborne Division nel quadro di un Human Terrain
Team (Htt), un programma del Pentagono che copre il dispiegamento di
sociologi e antropologi a supporto delle unità sul terreno.
Nell´articolo vengono illustrati i commenti molto positivi che i
comandanti responsabili della zona hanno espresso a proposito del lavoro
di questa antropologa che, per ragioni di riservatezza, ha preferito
essere riconosciuta con lo pseudonimo di Tracy tacendo la sua vera identità.
Le capacità di Tracy hanno permesso ai militari americani un salto di
qualità nella loro capacità di interpretare la popolazione civile
presente nella loro zona di operazioni, una popolazione della quale fino
ad allora non avevano capito né la psicologia né le complesse
problematiche che ne governano la vita, e come conseguenza di questo
approccio più morbido da parte dei militari e dell´aumentata
consapevolezza ambientale i combattimenti sono diminuiti del 60 per cento.
Dopo pochi mesi di lavoro Tracy è riuscita a rompere quel muro di totale
incomunicabilità tra soldati occidentali e pashtun del luogo. L´articolo
ricostruisce come Tracy, cosciente delle complessità tribali e capace di
riconoscere le sfumature sociali, ha saputo supportare l´azione di
counterinsurgency dei militari. Sono chiare le parole di un colonnello:
Funziona; aiuta a definire i problemi e non solamente i sintomi.
Il programma di cui gli Htt sono un frutto è uno degli aspetti più
interessanti del rapido cambiamento che sta vivendo il Pentagono e
l´ambiente militare in generale negli Stati Uniti. L´antropologa che
diede il via a questo programma fu Montgomery McFate che, contattata dal
Pentagono in preda al caos generato dall´inizio dell´insorgenza
irachena, aiutò i militari a farsi una idea della popolazione locale e
della sua composizione. La dottoressa McFate pubblicò in seguito un
articolo su Military Review (Anthropology and Counterinsurgency: The
Strange Story of their Curious Relationship)e partecipò attivamente alla
stesura del nuovo manuale di counterinsurgency americano sotto la guida
del generale David Petraeus, oggi comandante delle Multinational Forces
Iraq.
Le scienze sociali come l´antropologia, e qui sia detto per inciso anche
il Dr. Kilcullen – uno dei principali teorici della moderna
counterinsurgency – ha un Ph.D. in antropologia, hanno assunto una
importanza strategica nell´ambito della nuova dottrina
controinsurrezionale, rendendo possibile ai militari una più profonda
comprensione dell´ambiente circostante e permettono un uso molto più
limitato e mirato della forza ed una più incisiva azione Cimic. Di
conseguenza il dipartimento della Difesa americano ha cominciato una
serrata campagna di arruolamento di giovani laureati in queste
discipline per poter supportare adeguatamente i comandanti sul campo. Ma
ritenere che il rapporto tra militari e antropologi negli Usa sia una
novità assoluta sarebbe un errore.
Fin dagli albori questa disciplina venne utilizzata a supporto delle
azioni dei militari americani, allora impegnati nelle guerre indiane.
L´apogeo della collaborazione tra antropologi e amministrazione Usa si
raggiunse nel corso del secondo conflitto mondiale quando circa il 60%
degli antropologi americani lavorava per l´Office for strategic services
(Oss) l´antesignano della Cia. Dopo la guerra mondiale, con l´emergere
della guerra fredda e delle relative contrapposizioni ideologiche, il
rapporto cominciò ad andare in crisi. Crisi che esplose, come molte
altre crisi della società americana, in occasione della guerra in Vietnam.
Anche in Vietnam i militari americani si trovarono impegnati in un
conflitto di tipo contro-insurrezionale, immersi in un mondo per loro
completamente sconosciuto. Privi di quell´esperienza diretta che i paesi
occidentali colonizzatori avevano maturato durante il loro dominio su
società espressione di culture diverse, gli americani, anche allora, non
riuscivano a interpretare tutti quei piccoli aspetti quotidiani della
popolazione che erano chiamati a difendere, in breve tempo alienandosi
il supporto popolare.
Come oggi, anche allora venne chiesto il supporto agli studiosi
americani ma, in questa occasione, l´ambiente scientifico americano non
rispose in modo unitario. All´inizio dell´impegno americano durante
l´amministrazione Kennedy vennero svolte molte ricerche, alcune sotto il
cappello della Rand Corporation e molte di esse fornirono le fondamenta
per importanti attività militari come, per esempio, il coinvolgimento
delle tribù montagnard a fianco degli americani. Ma col passare degli
anni, con la progressiva perdita di credibilità dell´impegno in Vietnam,
le università americane – guidate da un corpo docente in gran parte
contrario alla guerra e le facoltà di scienze sociali erano sicuramente
tra le più schierate – cambiarono decisamente atteggiamento. Erano anni
di grandi contrapposizioni all´interno della società americana e
l´emergere di programmi discutibili – come il progetto Camelot e il
cosiddetto Thai Scandal – fece scoppiare all´interno della American
anthrpologist association (Aaa) un forte dibattito interno che portò
alla fine di ogni collaborazione tra ambiente universitario e militari
americani.
La Aaa pubblicò nel 1971 il divieto per gli antropologi di partecipare a
qualunque ricerca segreta e rifacendosi alle posizioni del professor
Franz Boas – il fondatore vissuto all´inizio del novecento
dell´antropologia contemporanea americana – richiedeva agli studiosi un
atteggiamento etico che sostanzialmente equiparava il lavoro effettuato
per conto del governo allo spiare e al tradimento dei sottoposti allo
studio. Il codice deontologico degli antropologi americani vietò le
ricerche il cui esito non fosse pubblico, prescrisse la tutela da parte
dello studioso degli interessi di coloro che erano oggetto di studio e
sottolineò l´assoluto diritto alla privacy di coloro che avessero
collaborato alla ricerca. In buona sostanza la lealtà principale dello
studioso doveva essere nei confronti delle popolazioni studiate.
Le posizioni ufficiali assunte dalla Aaa sono parzialmente evolute nel
corso degli anni, sempre contro l´opinione di una componente fortemente
politicizzata; ciò nonostante gli antropologi hanno espresso forti dubbi
sul rinnovato interesse dei militari verso queste discipline. I militari
infatti, dopo decenni di ubriacatura da alta tecnologia, hanno dato
impulso all´opera di reclutamento impiegando tutte quelle armi di
convincimento che un esercito dalle possibilità economiche quasi
infinite possiede: dal finanziamento degli studi fino alla possibilità
di supportare l´obbligatorio lavoro sul campo per raggiungere il
dottorato. E le reazioni non si sono fatte attendere con il vero e
proprio fuoco di sbarramento del mondo accademico americano schierato su
posizioni molto spinte dal punto di vista ideologico e sicuramente in
grado di bloccare la carriera di un giovane studioso che si fosse fatto
attrarre dalla collaborazione con i militari.
Come è facile intuire, una situazione difficile attende Tracy al termine
del suo lavoro sul campo, perché lo pseudonimo Tracy non serve a
proteggere la vita dell´antropologa da vendette dei Talebani, ma
piuttosto a tutelare il suo futuro professionale dai suoi colleghi
americani schierati su diverse posizioni politiche.